La parola della settimana è rispetto (di Massimo Sebastiani)

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Redazione ANSA

La scena iniziale del Padrino, uno di quei film, è stato scritto, di cui è impossibile liberarsi anche all’ennesimo passaggio tv, è già da subito la fotografia antropologica di un mondo: lo schermo è quasi nero, clamorosamente in contrasto con la luce e la festa che ci sono fuori dove si è appena sposata Connie, la figlia di don Vito Corleone, e un volto e una voce emergono da questo buio per chiedere qualcosa al Padrino. È un rituale: in un giorno così felice, il padrino concede udienza per vagliare richieste e favori. Ma la risposta di don Vito all’uomo cui è stata violentata la figlia sarà un no. Subito dopo, quel no si trasformerà in un sì per Johnny Fontane, l’attore che vuole disperatamente una parte che gli è stata negata. Per i pochi che il film non l’hanno visto, una testa mozzata di cavallo, in una delle scene più sconvolgenti e citate dell’opera di Coppola, convincerà il produttore riottoso a dare la parte a Fontane. Qual è la differenza tra quest’ultimo e il primo interlocutore agli occhi di don Vito? Lo dice lui stesso: il rispetto, che il primo non avrebbe mai mostrato.  

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Come abbiamo già visto per altre parole, anche rispetto è un termine che sta su un crinale, cammina al confine, sempre mobile come tutti i confini, tra due regioni: quella dell’onore (L’onore e il rispetto era il titolo di una popolare fiction italiana che richiamava volutamente nel font del titolo quello del Padrino) inteso come un legame arcaico molto vicino alla sottomissione, e quella, che invece presuppone distanza, indipendenza e libertà di giudizio, del riconoscimento e della tolleranza. Qualcuno considera il Padrino una spettacolare reincarnazione moderna dello spirito della tragedia greca. È proprio Eschilo, il primo dei grandi tragici greci, a parlare indirettamente del rispetto di se stessi come un processo: nell’Agamennone, nella famosa invocazione a Zeus del coro, si usa l’espressione PàtheiMàthos, cioè la consapevolezza nasce dalla sofferenza. Sono la sofferenza e il travaglio attraverso i quali è lecito immaginare che sia passata per esempio Silvia Romano, la cui vicenda – anzi l’esito e la diffusione mediatica della sua vicenda – hanno spinto molti a invocare rispetto per l’esperienza e il dolore della cooperante italiana.


La definitiva messa a fuoco moderna dell’idea di rispetto si devea Immanuel Kant. Nella sua Fondazione della metafisica dei costumi, il filosofo di Koenigsberg scrive: 'Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ha un prezzo ciò al cui posto può essere messo anche qualcos’altro di equivalente; per contro, ciò che si innalza al di sopra di ogni prezzo, e perciò non comporta equivalenti, ha una dignità'. E questo naturalmente, come spiega Salvatore Veca, filosofo della politica che cita quel passo di Kant nel suo Dizionario minimo, deve ovviamente valere per tutti. Il passaggio da un qualunque ancien regime alla modernità sta proprio nell’idea di uguale rispetto.

Ma il punto, o comunque uno dei punti, del rispetto inteso nel senso non mafioso di riconoscimento della dignità, comprensione e tolleranza, è proprio questo: che non dovrebbe essere necessario chiederlo e invocarlo. Invece, se ci pensate, è tutto un continuo chiedere rispetto, a gran voce, retoricamente e molto spesso urlando: lo si chiede in Parlamento (per l’istituzione), lo chiedono i farmacisti entrati in rotta di collisione col commissario per l’emergenza Domenico Arcuri sul tema delle mascherine, lo si chiede per le regole, lo si chiede, per interposta associazione ambientalista, per la Terra, e lo chiede un ex calciatore diventato dirigente, Paolo Maldini, al potenziale futuro allenatore della squadra reo di aver chiesto 'pieni poteri gestionali': "Impari cos’è il rispetto". Per i calciatori questo deve essere davvero un problema: basta essere tenuti in panchina per un po’ o anche solamente sostituiti per sentir dire: ‘merito più rispetto’. Ma è evidente che questa forma di rispetto cui si appellano è pericolosamente più vicina alla ‘regione’ di don Vito che a quella delle regole, della tolleranza e di Silvia Romano. E forse anche per questo la Uefa ha deciso alcuni anni fa di lanciare una campagna di sensibilizzazione con la parola ‘respect’ che è finita stampata proprio sulle maglie dei giocatori.


Ma dove viene la parola? L’origine è latina: respectus, participio passato di re-spicere che significa ‘guardare indietro’ e sembra sottolineare l’idea di fermarsi un attimo, riflettere, (ri)considerare. Quindi guardare con attenzione. Nella cerimonia del tè per esempio, dopo aver bevuto, c’è un momento in cui si osserva e si considera la tazza per mostrare considerazione a quello che non è più solo un oggetto da usare distrattamente come mezzo ma qualcosa da considerare nel suo valore o bellezza intrinseca. Qualcosa che lasciamo dietro risuona anche in un altro significato di rispetto, che è la 'riserva': nel linguaggio marinaro l’ancora di rispetto è quella aggiuntiva, che ci serve quando quella che abbiamo si è danneggiata o quando richiede un’aggiunta. E siccome le parole, lo abbiamo visto più volte, sono dotate di mille risonanze, rispetto si usa in una espressione, che per la verità è la più utilizzata di tutte, che sembra avere un significato quasi contrario al guardare indietro, e cioè rispetto a, che fa pensare piuttosto a qualcosa che sta davanti. Perché in questo caso ‘rispetto a’ significa ‘a paragone con’ e mette quindi sullo stesso piano di dignità due elementi o anche due persone.

Ancora oggi poi si usa l’espressione ‘i tipici rispetti’ per indicare gli affacci in cui c’è uno spazio tra una casa e l’altra, un edificio e l’altro. E d’altra parte si parla di zona di rispetto per indicare una distanza non fredda, cioè non disinteressata, ma legata alla protezione: una distanza da rispettare nelle costruzioni o nelle piantagioni.  Quella protezione attiva, se così si può dire, che è stata così orgogliosamente richiamata da una signora che ha preso il testo di una canzone di un maschio e l’ha trasferito al femminile dandogli quel significato rivoluzionario e quella potenza per cui noi oggi ancora la ricordiamo e la cantiamo.

La canzone è Respect, l’aveva scritta Otis Redding che al Monterey pop festival nel 1967 la presentò come ‘la canzone che mi è stata rubata da una ragazza’. La ragazza era Aretha Franklin.

 

 

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