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La parola della settimana è postura (di Massimo Sebastiani)

POSTURA, dal significato tradizione di collocazione nello spazio al piano psicologico e di atteggiamento

Redazione ANSA

Avete fato caso che il sistema della moda vale anche per alcune parole? Si diffondono improvvisamente e sono sulla bocca (e nella penna) di tutti. Le sentiamo magari per una volta ad un talk show o in programma radiofonico e poi ci capita di vederla scritta su siti web e giornali e, è il caso di dirlo, diventare virale. Ci sembrava che a pronunciarla, usandola con disinvoltura, fosse stato solo quell’ospite, quel giornalista, quel commentatore lì ma in realtà rapidamente diventa una specie di epidemia e tutti fanno a gara per usarla.

La cosa che notiamo in questi casi è che ‘prima’ (cioè prima che quella persona, propria quella lì, la usasse, magari in un modo nuovo o con un fare insistito), non ci sembrava che fosse così tanto in uso. Era una nostra impressione o funziona proprio così? A volte, su un piano strettamente linguistico, rischiamo di fare la figura di Walter Chiari nel famoso sketch del Sarchiapone. Sentiamo una parola, che magari non abbiamo mai usato o al massimo l’abbiamo sentita una o due volte ma in un altro contesto e però, per non essere da meno, quando ci accorgiamo che intellettuali, commentatori, personaggi tv la usano facciamo un po’ come lui, fingiamo di sapere benissimo di cosa si tratta e come maneggiarla. Salvo scoprire poi che il Sarchiapone nemmeno esiste. O meglio, è il modo con il quale a Napoli si etichetta uno sciocco, un credulone. Poi la moda passa e arriva un’altra parola.

Per esempio, se qualcuno vi chiedesse: ma voi che postura avete? Magari rispondereste: eh sì lo so, tendo a stare curvo, a ingobbire le spalle, oppure: mi sembra di caricare troppo la gamba destra ecc. Espressioni e consapevolezze alle quali ci siamo abituati perché negli ultimi anni non facciamo che parlare di postura, andare dall’osteopata o dal chiropratico, cercare di correggere un corpo messo a dura da una vita sedentaria ma anche, a volte, dagli eccessi dello sport (prima i pesi poi il jogging e ora padel).

Postura ha un’origine chiara: deriva da positura che origina da positus che è un participio passato del verbo pònere che vuol dire porre. Per questo è stata usata dapprima in frasi come quelle che ci propone la Treccani: "La villa sorge in una splendida postura" (Carducci) oppure "era debito interrogare minutamente della varia postura in cui si trovavano i testimoni nell’atto della rissa" (Tommaseo). E questo è il significato più tradizionale, il primo: postura qui vuol dire posizione, intesa proprio come collocazione nello spazio. Da questo è passata a indicare il modo di atteggiarsi o di sistemarsi del corpo umano o di una sua parte, in senso strettamente meccanico e fisiologico. Un ulteriore, quasi naturale slittamento è stato quello di trasferire questo significato sul piano psicologico (la postura che rivela molto di noi stessi attraverso il linguaggio del corpo). Ma ora è stato fatto un altro passo, non sappiamo se avanti, indietro o di lato per il solo gusto di cambiare parola per dire una cosa per la quale di parole ne abbiamo a disposizione già tante (atteggiamento, posizione, inclinazione, addirittura opinione). E così si sente parlare e scrivere della ‘nostra postura nei confronti dell’invasione putiniana’, di ‘postura del Pd’, di ‘postura eclettica e innovativa’ di un gruppo musicale, fino a ‘non è solo questione di pensiero ma anche di postura soggettiva’.

C’eravamo già occupati di fenomeni linguistici di questo tipo (parole che diventano di moda un po’ fuori contesto) a partire dall’aggettivo ‘sontuoso’ e trattando dell’espressione ‘plasticamente’. Postura è una di queste ma ce ne sono altre: fenomenologia, per esempio (si parla e si scrive di fenomenologia di Maradona, della carbonara, del Regno): solo Franco Battiato ha osato intitolare un pezzo ‘Fenomenologia’, nel suo primo album ‘Fetus’, quando era molo lontano dal successo commerciale dell’’Era del cinghiale bianco’. Il brano, peraltro, non contiene nemmeno la parola ‘fenomenologia’ nel testo. In compenso viene cantata, caso unico, un’espressione matematica. Ma ci sono anche espressioni come ‘tuttavia’, ‘torsione’, ‘avvitamento’, ‘divisivo’ che hanno invaso la scrittura e la cronaca politica, per esempio.

A volte insistere su una parola, come un mantra, tanto per usare un’altra espressione un po’ strapazzata, può essere utile o servire. Come dopo la fine di una storia per una dichiarazione d’amore eterna, come fa Charles Aznavour in Et pourtant che si potrebbe proprio tradurre come ‘e tuttavia’.

 

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