Scoperto un buco nero nascosto in un ammasso stellare

Nuova tecnica che promette di scoprirne molti altri

Redazione ANSA

Scoperto un buco nero ‘nascosto’ in un ammasso stellare: è la prima volta che se ne scopre uno fuori dalla Via Lattea attraverso gli effetti prodotti dal suo campo gravitazionale su una stella e apre nuovi orizzonti. A scoprirlo grazie al Very Large Telescope dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Vlt – Eso) è stato un gruppo internazionale guidato da Sara Saracino dell’università di Liverpool John Moores a cui ha partecipato anche l’Osservatorio Astronomico di Palermo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) i cui risultati sono in pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

“Un po’ come Sherlock Holmes alla caccia di un criminale cercandone i passi falsi, abbiamo osservato ogni singola stella in questo ammasso con una lente d'ingrandimento per cercare prove della presenza di buchi neri senza vederli direttamente", ha spiegato Saracino. Un lavoro che ha permesso di indentificare un ‘criminale’: un buco nero con una massa di 11 volte quella del Sole la cui presenza, all’interno dell’ammasso stellare NGC 1850, altera l’orbita di una grande stella che le si trova vicino. Identificare un buco nero è un compito difficilissimo, solo negli ultimi anni si è riusciti a farlo con certezza riconoscendone le emissioni di raggi X che avvengono in alcune fasi oppure dalle onde gravitazionali prodotte quando i buchi neri si fondono tra loro o inglobano una stella di neutroni. Il nuovo metodo messo a punto dalla squadra guidata sa Saracino apre ora nuove importanti possibilità per osservare i buchi neri: “questo è solo uno dei ‘criminali ricercati’, ma quando ne hai trovato uno sei sulla buona strada per scoprirne molti altri”.

A rendere possibile il riconoscimento degli effetti dei buchi neri sull’orbita delle stelle vicine sono stati i dati raccolti in circa 2 anni dallo strumento Muse (Multi Unit Spectroscopic Explorer) istallato sul telescopio Vlt nel deserto cileno di Atacama. “Muse – ha commentato Sebastian Kamann, dell’Istituto di Astrofisica di Liverpool e tra gli autori dello studio – ci ha permesso di osservare aree molto affollate, come le regioni più interne degli ammassi stellari e analizzare la luce di ogni singola stella nelle vicinanze. Da qui abbiamo ottenuto informazioni su migliaia di stelle in un colpo solo, almeno 10 volte di più rispetto a quelle che possiamo ottenere da qualsiasi altro strumento".

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